La campagna di Chris Christie è la risposta realista al Tea Party
La rielezione non è il problema di Chris Christie. Il corpulento governatore del New Jersey si presenta oggi all’appuntamento con le urne con 24 punti di vantaggio (secondo la media dei sondaggi fatta dal sito RealClearPolitics) sulla sfidante democratica, Barbara Buono, numeri che spazzano via ogni preoccupazione sull’esito del voto. Ma Christie ha bisogno di una vittoria a valanga, con distacco abissale e folla festante a fare da contorno, per mandare al suo partito il messaggio politico che gli sta a cuore: il mio modello conservatore è quello vincente.
7 AGO 20

New York. La rielezione non è il problema di Chris Christie. Il corpulento governatore del New Jersey si presenta oggi all’appuntamento con le urne con 24 punti di vantaggio (secondo la media dei sondaggi fatta dal sito RealClearPolitics) sulla sfidante democratica, Barbara Buono, numeri che spazzano via ogni preoccupazione sull’esito del voto. Ma Christie ha bisogno di una vittoria a valanga, con distacco abissale e folla festante a fare da contorno, per mandare al suo partito il messaggio politico che gli sta a cuore: il mio modello conservatore è quello vincente. Non quello intransigente di Ted Cruz e del suo Tea Party rintanato nella trincea dell’opposizione disfattista; ma quello capace di dissodare il terreno del compromesso, di fare accordi vantaggiosi con il nemico, di accettare gli aiuti che arrivano senza badare troppo al colore politico della mano che li offre. Christie ha teorizzato quest’impostazione ideologica moderata per portare il conservatorismo americano fuori dalla crisi d’identità in cui è piombato nell’èra Obama e, soprattutto, per trasformare il messaggio del Gop in un prodotto vincente: “Lo faccio per vincere, perché se non vinci non governi, e se non governi non puoi guidare il paese, lo stato, la città, o qualunque cosa per cui corri, nella direzione in cui deve andare. Ci sono troppi politici nel Partito repubblicano che sono più interessati a vincere una discussione che a vincere le elezioni”, ha detto Christie. Il riferimento, nemmeno troppo velato, è al senatore Cruz e alla compagine antagonista che si è compattata durante la crisi dello shutdown, spostando a destra lo spirito di un partito che dalla rielezione di Barack Obama, un anno fa, si chiede come può sintonizzarsi su uno spirito del tempo e su trend demografici che piegano naturalmente verso la sponda democratica. Christie è l’incarnazione di un modello alternativo tanto ai rituali esausti dell’establishment repubblicano quanto a quello degli epigoni più rapaci che si muovono per fomentare la base esistente, non per allargarla. E’ l’antidoto alla battaglia di retroguardia del Tea Party. Il pingue Christie è governatore repubblicano di uno stato che negli ultimi decenni è diventato intensamente democratico. Se le urne confermeranno il trend dei sondaggi potrebbe diventare il candidato più votato dagli anni Ottanta, risultato che potrebbe opporsi, con perfetta esibizione di simboli, a quello di Ken Cuccinelli in Virginia, candidato amato dal Tea Party che arranca nei sondaggi dietro al democratico Terry McAuliffe, per il quale si è mossa la macchina dei Clinton. E’ la rappresentazione in scala della battaglia fra le due grandi correnti del Partito repubblicano: una intransigente che equipara il compromesso al tradimento, l’altra realista e orientata ai risultati.
Christie ha interpretato questa seconda impostazione secondo i tratti della sua strabordante personalità. Il governatore parla il linguaggio diretto e senza orpelli dei suoi elettori, si esalta nel clima caldo dei comizi di provincia più che sui palcoscenici delle grandi occasioni, passa ore a fare fotografie con la gente che accorre agli eventi elettorali; allo stesso tempo è a suo agio quando accoglie l’avversario Obama dopo il disastro dell’uragano Sandy, quando accetta con gran piacere gli aiuti del governo federale, quando accoglie le donazioni dell’obamiano Mark Zuckerberg e chiacchiera con l’altrettanto obamiano Bruce Springsteen. “Sa governare in modo conservatore e allo stesso tempo bipartisan”, dice un suo consigliere, cogliendo l’essenza inafferrabile dello stile di Christie. Ha governato il New Jersey su princìpi conservatori – ha dato battaglia con tutti i mezzi che aveva al matrimonio gay, capitolando infine per mancanza di strumenti adeguati – ma non è riuscito a trovare i numeri per tagliare la spesa pubblica; la disoccupazione è all’8,5 per cento, fra i peggiori dieci stati americani, ma Christie ha conquistato un immenso credito di popolarità per il modo inclusivo e realista con cui ha gestito la ricostruzione dopo Sandy.
Proprio quel modo inclusivo e realista, corredato da un temperamento difficile da addomesticare, lo catapultò fuori dalla lista dei possibili candidati alla vicepresidenza nel ticket con Mitt Romney. Sulla carta Christie era il perfetto elemento complementare per Romney, quello che avrebbe messo un po’ di sangue caldo nel corpo meccanico del candidato alla presidenza. Ma quando gli uomini di Romney hanno preso a studiare il profilo di Christie sono saltate fuori decine di obiezioni alla sua candidatura: note spese contestabili in qualità di governatore e rapporti leggermente opachi con gli ambienti più oscuri di Wall Street (Bernie Madoff, ad esempio) quando faceva il lobbista per la Securities Industry Association. In più era troppo grasso e sempre troppo in ritardo per i gusti di Romney. La vicenda è raccontata nel dettaglio nel libro “Double Down” di Mark Halperin e John Heilemann, appena uscito negli Stati Uniti: è il grande racconto della campagna elettorale del 2012, ma contiene messaggi e avvertimenti validi per il 2016, soprattutto per Christie.